Recensione, APPINO … a cura di Viviana Tasco.

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Il Testamento – Appino

Prendere nuove strade, tornare su quelle già percorse e comprenderle raccontandole, può essere un atto di coraggio, quanto di liberazione.
Ce lo dimostra Andrea Appino con “Il Testamento”.
Appino si è preso una pausa dagli Zen Circus (apprezzatissimi sul nostro palco nel Rockinday 2010, IV edizione), dalle dita al cielo, dall’ironia scanzonata per concedersi una terapia di gruppo. Mi spiego: Appino aveva già espresso in Andate tutti affanculo che “l’arte è pensiero che esce dal corpo”. Essendo tale, è il veicolo di liberazione dell’idea attraverso l’espressione,  la traccia che disegna su un foglio, col mezzo parola, un percorso di vita. Quindi, la migliore valvola di sfogo, proprio ciò che ad Appino serviva. Egli stesso infatti, ha rilasciato il proprio album solista, accompagnato da una nota esplicativa : «E’ la totale liberazione dei miei dolori più profondi, la vera e difficile storia della mia famiglia usata come veicolo per una terapia di gruppo, necessaria e a tratti violenta».
La famiglia, il tema centrale, vista nel suo nucleo intimo interno e poi guardata da una società sempre pronta a dare il giudizio non necessario, un racconto in sequenze a seconda dei punti di vista, riflessioni recondite, anche su di una generazione, quella dell’83.
Caso  a parte sono la title track e la traccia n.9 Solo gli Stronzi Muoiono, le quali traggono ispirazioni, la prima dalla scomparsa di Mario Monicelli, la seconda alla risposta del Maestro alla domanda <<Hai paura di morire?>>. Sono presenti inoltre riferimenti a Lucio Dalla (Godi, adesso che puoi) e al discorso di Natale di Sandro Pertini dell’83 (1983).

Il disco è uscito il 26 marzo 2013 per “La Tempesta Dischi” e vede nella co-produzione Appino e Giulio Favero de “Il Teatro degli Orrori”, il quale si occupa anche del basso. Oltre a Favero, altre importanti collaborazioni nel disco: sempre da i Teatro degli Orrori, Franz Valente alla batteria e Rodrigo D’Erasmo (Afterhours, Silvestri, Angiolini, ecc.) al violino. Nel live acustico, Appino è spesso accompagnato da Enzo Moretto (A Toys Orchestra).
Il 2 ottobre 2013 il disco si è aggiudicato la targa Tenco nella categoria “Opera Prima di Cantautore”.

Contiene 14 tracce, le quali hanno stili differenti tra loro. Sicuramente seguono il percorso del cantautorato e sicuramente è riconoscibile l’impronta Appino. La comparazione più istintiva è con Bob Dylan e De Andrè (dei quali, tra l’altro, riprende Desolation Row/Via della povertà nella traccia 6 La Festa della Liberazione).
Detto ciò, non aspettatevi un album piatto, lento, da chitarrina e falò o  su “quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino”, ma un album in cui il testo è sicuramente centrale,  valorizzato dalla musica, circondato da ritmi incalzanti qui, melodie calme (non lente) lì, durezza elettronica, discese e salite (ed infatti straborda un po’ ovunque anche la presenza prepotente e piacevole di Favero/Valente, che danno al tutto un retrogusto “Teatro degli Orrori”).
Come nella title track per esempio (la quale è anche la prima traccia), che inizia con due pacati violini, a cui si aggiunge un terzo più cupo arco, infranti con violenza dalla batteria aspra tipica di Franz Valente, accompagnata a sua volta dalla chitarra elettrica… ed inizia così il racconto, con un vetro rotto.

L’album si auto racconta in maniera precisa ed aspra, senza vergogna, senza tralasciare i particolari. Racconta di Appino, della sua famiglia, di ninna nanne distorte (Che il lupo cattivo vegli su di te), di segreti di famiglia, di segreti con se stessi che si rivelano, proprio come in terapia, mentre li raccontiamo. Ma soprattutto  rivela una delle più grandi verità di sempre, cioè che siamo noi gli artefici della nostra vita ma soprattutto nemici di noi stessi, ed è questo l’impedimento, perché è ciò che scegliamo che fa la differenza (io sono causa e conseguenza / di ogni malumore / il veleno che hai bevuto / e che oramai devi ingoiare / sono tutte quelle cose / che era meglio non sapere / sono io seccatore / sono io schernitore / sono io sfruttatore / sono io seduttore / sono io squallore / sono io superiore / sono io il comandante, sissignore).

 

Viviana Tasco