Recensione, FONOKIT – Fango e bugie …. a cura di Viviana Tasco .

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FONOKIT – “Fango e bugie”

“Nel paese della bugia, la verità è una malattia” scriveva Collodi. Ed è proprio la menzogna che viene esaminata in ogni sua forma nel nuovo lavoro dei Fonokit “Fango e Bugie”, la bugia nei rapporti interpersonali, la menzogna politica, la menzogna che come il fango sporca le vite e le incastra fino a farcene diventare dipendenti e non riconoscersi più, catapultati in una giostra di illusioni labirintiche.

Dopo una pausa riempita da influenti collaborazioni del leader Ancona, tornano con prepotente forza i Fonokit, a distanza di quattro anni dal precedente (ed ottimo) “Amore o Purgatorio”, a lanciare il proprio messaggio, che raggiunge la forza tipica degli album che vengono fuori dal bisogno di dire qualcosa.

Un album che interpreta e racchiude magistralmente le caratteristiche tipiche del rock post grunge targato ’90 e alternative rock italiano all’Afterhours, che sicuramente sarà apprezzato da chi di quel genere e di quei suoni è appassionato. Il lavoro vanta una collaborazione con Caparezza nella traccia “E’ una sfida”.
L’impronta dei Fonokit rimane riconoscibile sia nel suono che nelle liriche: rabbiosi, cinici, potenti.

Si apre con la title track “Fango e Bugie”, energica, forte, crescente, col tipico urlato all’Ancona nel ritornello e un assolo finale di chitarra che ricorda molto gli Afterhours di “E’ la fine la più importante”; si prosegue con “Sopravviveremo o no” cupa e rabbiosa, dalle sembianze punk. “E’ una sfida” è il brano in cui Caparezza ci ha messo del suo e si sente, ma l’accostamento non stona e i due mondi paralleli si incontrano e fondono perfettamente, il pezzo migliore dell’album, quello che viene subito da riascoltare e cantare; “Da un inverno lontano” è una ballata che mette in pausa la rabbia nella musica e al cinismo nelle liriche, come se fosse la fine del primo atto di uno spettacolo, che si riapre energico con “Camden Town ormai ci illude”; “Sotto la luna” sa di presagio, forte e cruda, sembra rincorrere. “Fuori dall’ombra” è un pezzo martellante in cui la sessione ritmica non lascia respiro. Il pezzo si apre nel ritornello e di nuovo strangola nelle strofe, creando un effetto claustrofobico che meglio esprime il concetto espresso nelle liriche “fuori dall’ombra/la verità ti uccide”. Se questa canzone fosse un film sarebbe sicuramente un film espressionista tedesco degli anni 20, giocato con luci e ombre per rafforzare il messaggio. Si chiude con il brano più originale: “Lo specchio è un uomo solo”, dissonante, distorto, una ballata ubriaca all’inizio, una carillon rotto, imprevedibile, a dare l’impressione dell’allucinazione che nasconde il reale quasi inafferrabile e di cui solo a sprazzi ci si rende conto.

Alla fine, l’unica verità è quella che vediamo riflessa nello specchio.

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