Recensioni, COCKOO … a cura di Viviana Tasco.

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Cockoo – “Buongiorno”


Chi ascolta musica rock spesso, trovandosi davanti a sonorità rock, ma dal gusto pop, tende a sminuire il lavoro di molti artisti che invece meritano. Diciamocela tutta: abbiamo la puzza sotto al naso. E così facendo, rischiamo di perderci lavori ben fatti ed esperimenti interessanti. Senza contare poi, che non sarebbe neanche un giusto criterio di valutazione nell’analisi musicale.

Esperimento meritevole e degno di attenzione è ad esempio “Buongiorno”, il nuovo album dei Cockoo (leggesi “cocù”, ci tengono).

Ascoltando la prima traccia dell’album, salta subito all’orecchio l’aura pop che lo aleggia e circonda. Questo potrebbe scoraggiare il rocckettaro anti-pop più incallito. Ma, proseguendo nell’ascolto, ci si addentra in un sentiero colmo di suoni interessanti, elettronici, anni ’80, con cui i quattro di Asti giocano con ammirevole maestria e sapienza, con un equilibrio ed una precisione, degna del miglior chirurgo.

Ma chi sono questi quattro chirurghi?  Si formano ad Asti nel 2005, il primo EP nel 2007 (“EP#2_SenzaFarRumore”), fanno cose, vedono gente e vincono premi su premi, finchè nel 2008, al Vanilla Studio di Andrea Bergesio, registrano il debut album, prodotto da Max Zanotti (Deasonika, Rezophonic). Nell’ottobre del 2009 esce “La Teoria Degli Atomi” (EMI Music Publishing / Volume!), con cui si aggiudicano la “Targa Giovani 2010” al M.E.I. 2011 ed il “Premio Testi Opera Prima” al Festival Internazionale della Poesia di Genova, sezione Musica.

E’ nel 2012 che, sempre sotto la supervisione di Zanotti, iniziano a lavorare a “Buongiorno”, uscito poche settimane fa.

Si distinguono per la mescolanza di sonorità differenti e non divergenti,retaggio della derivazione dei componenti da esperienze, gusti, stili, generi e formazioni diverse. E capita che venga fuori un bell’ensamble quando questi stili vengono cuciti tra loro con sapienza, come i Cockoo hanno saputo fare, creando un’identità unica e raffinata.

“Buongiorno” ha le sembianze di un concept. Tutti i testi sono uniti dalla costante del “risveglio” (da qui il titolo dell’album, nonché della decima traccia), inteso come rinascita, come acquisizione di consapevolezza derivante da un percorso che forma, dalla coscienza del fatto che sono le nostre azioni a fare la differenza (“Buongiorno, ben svegliato e buon ritorno/Sono l’uomo che ha dormito così tanto/e tanto a lungo fino al giorno/che ha scoperto di esser altro”). La fine di ogni esperienza descritta come l’inizio di un nuovo tragitto di conoscenza, un cambio di prospettiva (“l’universo cambia quando illuminerò l’ombra che ho di me”).

Le liriche sono introspettive, danno il senso di impalpabilità del reale, dell’onirico. Mancano di frasi cosiddette “ad uncino”, che catturino maggiormente l’attenzione, dando un punto di riferimento nel testo all’ascoltatore, un’immagine universale che è possibile vedere ascoltandone la descrizione, unica pecca. Ma sono comunque liriche ben scritte, ben fraseggiate, tanto che ti vien subito voglia di cantare le canzoni pur non conoscendo i testi.
In generale, Le tastiere ed i synth creano l’atmosfera desiderata ad ogni brano e danno il senso del passaggio dal sonno alla veglia, dell’onirico, a tratti molto ’80, a tratti molto dolci. La chitarra elettrica crea l’atmosfera rock ed unisce le diverse identità, sotto la propria ala. La sezione ritmica, accompagna l’emozionalità di chi ascolta,  accompagna nel viaggio verso la consapevolezza, come se fosse la coscienza stessa di chi il viaggio poi lo affronta.
La voce è inusuale per il genere. Molto pop, molto melodica e precisa. Ma soprattutto molto calda, molto bella, che contribuisce alla mescolanza dei generi, sposandoli e facendoli propri, dando alla luce quel nuovo genere, quel tocco che contraddistingue e rende riconoscibile il gruppo. La doppia voce compare sempre a dare voce e forza al pensiero, alla presa di consapevolezza.
Ad aprire il disco c’è “Le Distanze (Solo Lamenti)”, il brano più pop dei dodici. Tastiere e batteria nell’intro, sembrano volerci introdurre nell’atmosfera del disco e nel senso del discorso. Il pezzo cresce in coralità, fino ad esplodere nel finale . Segue “Casa”, che parte già più forte, con una chitarra che crea un tappeto ruggente ed il synth che crea sempre l’onirico attraverso un effetto che imita il moog. Lasciano spazio al testo poi, affievolendosi, per ritornare e scomparire in maniera altalenante. “Baby” è una ballata elettro, ma con una chitarra acustica che si affaccia raffinata ad arricchire le strofe. La melodia dolce diventa più decisa nel ritornello, tanto da far subentrare nuovamente il suono forte della chitarra elettrica. “La Parte Più Eterna del Mondo” e un dialogo tra madre e figlio (“È la storia che parla di noi, inseguendo memorie passate”), un brano che mi ha molto commossa, di una dolcezza infinita. Di questo brano mi ha stupito la leggerezza, anche nell’utilizzo dei suoni elettronici. Subentra un suono di piano carezzevole a conferire l’atmosfera giusta.  Subito tornano prepotenti le tastiere elettro nel brano successivo, “Nel Bianco dei Tuoi occhi”, il pezzo più rock, dove le chitarre sono insistenti con l’alternarsi continuo e vertiginoso di spleen e riff. In  “La leggenda personale” continuano a farsi sentire le chitarre, ma soprattutto la batteria ed i bassi sottolineati dall’uso dei timbri. Le liriche si ispirano a “L’alchimista” di Coelho (“se ti riconoscerai/la fortuna è questa qua,ma non ti basterà/ecco,in questo c’entri tu/a cambiare la realtà/finché ti servirà”) .  In “Il Mio Corpo”, ricompare la chitarra classica, i toni si placano, si lascia spazio alla voce, all’introspezione, sottolineata dai suoni elettronici, dalla batteria che sembra un rumore in lontananza e dalle tastiere che sembrano quasi un organo, uno dei pezzi migliori, sia per le liriche che per l’arrangiamento. Da qui in poi, l’album offre il meglio dei quattro. “Supernova” apre con chitarre inquiete, che lasciano spazio alla batteria dura e cattiva. Il pezzo esplode da subito come il flusso di pensieri nella frenetica ed affannata fuga dalla fine. “Kafka” è un momento musicalmente alto del disco, il pezzo migliore. Arrangiamento meraviglioso, uno dei migliori sentiti quest’anno in un album, linea di basso superlativa che si intesse a riff di chitarra e tastiere aperte e liriche adatte alla situazione. C’è poi la title-track “Buongiorno”, una ballata esplicativa del senso dell’album, atmosfera del risveglio ricreata dall’arrangiamento. “La Cometa” apre elettrica e al sapore di ’80,  l’effetto finale, mettendo le componenti insieme, è di viaggio di ritorno dall’universo, il distacco dell’infinito che riduce l’introspezione dall’universale al particolare. Si conclude con “Lady G.”, la confutazione della tesi, la conoscenza finale, raccontata da una musica più sostenuta ed una melodia più lineare e chiara.

Nel complesso l’album appare come un esperimento consapevole e ben riuscito, un racconto affascinante ed un viaggio di conoscenza piacevole e raffinato.

 

Viviana Tasco