RECENSIONI, Viviana Tasco ha ascoltato per noi FOLKROCKABOOM dei IL PAN DEL DIAVOLO, in attesa di vederli dal vivo al Rockinday 2014.

Pan del diavolo album

 

IL PAN DEL DIAVOLO – “FOLKROCKABOOM”

Il tempo del viaggio scandito da zoccoli di cavallo su di un terreno di terra rossa caldo fumante. E’ la suggestione che percorre quasi tutto il nuovo lavoro de Il Pan Del Diavolo.
Un viaggio sognato e raccontato, che trascina ineluttabilmente con sé, una cavalcata frenetica tra pensieri rotolanti, l’esplorazione dell’uomo, degli istinti primordiali, una cavalcata in un sud che prende le sembianze del vecchio, selvaggio west (Eravamo schiavi ora criminali/Presi nel sonno di notte dal collo/Perché fondamentalmente tutti/Vogliono una fetta di sud/Questo non è l’oceano questo è il Mar Mediterraneo/Rotola già qualche testa/Alla ricerca di fuoco/Alla ricerca di sogni/Che il mare che guardi/Il tuo sole riporti).

L’otto Agosto li avremo ospiti al RockInDay. Intanto il terzo album del duo palermitano, formato da Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo, è uscito il 3 giugno per La Tempesta Dischi e vanta non solo la collaborazione nella produzione di Antonio Gramentieri (Sacri Cuori, che partecipano alla traccia “Il Domani”), ma anche il missaggio a Tucson di Craig Schumacher, già collaboratore dei Calexico, Tom Russell, Neko Case e curatore della colonna sonora del biopic su Bob Dylan “I‘m Not There”.
La registrazione in presa diretta conferisce al tutto maggiore intensità, permettendo all’ascoltatore di rendersi partecipe dell’energia, sentendosi trascinato nell’attimo.

E’ un album che nelle liriche trattiene storie di addii o di speranze, che raccoglie le impressioni dei viaggi ed esprime considerazioni fumanti di arrovellamenti. Storie cupe dal sapore intercontinentale ma che sono più vicine di quanto ci si immagini, accompagnate dalla solita potenza della grancassa e dalla semplicità sporca e piena delle chitarre infuriate.

La title track, “FolkRockaBoom”, apre l’album. E’ un mantra oscuro a due voci che crea attesa, un’attesa pienamente soddisfatta nel ritornello, è vedere la terra alzarsi in lontananza sotto gli zoccoli di una mandria di bufali, sono allarmanti segnali di fumo che dicono di prepararsi al “peggiore suono della tua vita”.
“Mediterraneo” tramuta in musica le atmosfere che Sergio Leone ha creato attraverso i suoi film, ma questo non è il vecchio west, non ci sono territori estirpati agli indiani resi schiavi, è il sud in cui “Eravamo schiavi/ora criminali/Presi nel sonno di notte dal collo/Perché fondamentalmente tutti/Vogliono una fetta di sud”.
Con “Vivere fuggendo” si lascia spazio a una introspezione ironica nelle liriche, a musiche più semplici più pop, quasi battistiane. E’ il libero sfogo dell’odio nei confronti degli atteggiamenti falsi e superficiali della società telecomandata, quella parte di società delle persone che sembrano prodotte in serie (Ho una ragazza dentro il frigo/Io la amo senza scongelarla/Lei risponde ai miei comandi/Senza pupille/Poi/Ho incontrato tutte/Le persone della mia vita/In pizzeria/Scoprire ancora di odiarli/Falsi sorrisi che hanno messo su famiglia).
Fraseggio spezzato, particolare, quasi altisonante rispetto alla musica in “Il meglio”, pezzo presentato dal duo alle audizioni per Sanremo Giovani 2014, senza risultati.
Chitarra acustica, grancassa eliminata, suoni distorti. Ritorna la cupa introspezione, stavolta lenta e scandita, in “Cattive idee”, pensieri incagliati, strategie di difesa contro le cose che non funzionano (“Il digiuno la caffeina/L’invecchiamento l’ossidazione/Lunghi progetti e colpi bassi per/Forti spinte e ostinazione/Forti spinte e ostinazione/Forti spinte e ostinazione/Correggo il tiro per il giusto effetto/Il tempo passa io oggi invece resto”).
Se un giorno dovessero chiedermi “come si scrivono le canzoni?”, risponderei di ascoltare “Io mi do”. Perfetto esempio di songwriting, canzone coinvolgente, costruita perfettamente nei minimi dettagli. Anche questa quasi battistiana, soprattutto nella “o” spinta, non del tutto urlata, ma che si impone nel momento in cui si ripete ”io mi do” o “no”.  Una canzone prorompente, energica, aperta, di contenuto, un manifesto di personalità.
“I peggiori” torna nel folk rock, sembra uno speech act, uno sfogo onirico, come quei discorsi che ci si ripete nella mente più volte e al momento giusto non vengono mai fuori. Così pure “Un classico”, anche se più dilatata e sentita, in cui l’essere si rassegna alla propria natura o, più che rassegnarsi ad essa, impara ad accettarla, facendosene carico con responsabilità.
“Nessuna certezza” prende un’altra strada nell’esecuzione musicale, la musica sembra rarefarsi, un basso fa da tappeto, la percussione dà un senso di calma apparente mentre la chitarra sembra farsi manifestazione di pensieri incastrati.
“Mezzanotte” parte grunge, poi la grancassa riporta al tipico rock folk del duo, una chitarra elettrica vuole prevalere sulle parole, ma la voce vince quando si aggiunge un coro a sostenerla in una lotta, una rincorsa, che è tutta dell’uomo contro impulsi irrefrenabili.
“Arcadia” è una traccia strumentale non meno eloquente degli altri pezzi. Alla chitarra elettrica il virtuoso Andrew Douglas Rothbard. Ne viene fuori un incredibile pezzo elettronico che spazia tra psichedelia e free-folk.
Infine, la chicca: “Il domani” feat. Sacri Cuori, ballata di spessore che ricorda “Comunque bella”, uno dei migliori pezzi di Battisti e i modi scanzonati di Rino Gaetano.

Un album più maturo nelle liriche rispetto ai precedenti, temi più accessibili e universali, canzoni da fare proprie e urlare a squarciagola… magari l’otto agosto, con noi, al Rockinday.

Viviana Tasco

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