Recensioni,SLEEPWALKER’S STATION – Reptile skin …a cura di Viviana Tasco.

sleepwalkerstation repitle skin cover

REPTILE SKIN – SLEEPWALKER’S STATION
Il rettile è un animale a sangue freddo, ciò significa che non può controllare la produzione e la perdita di calore, al contrario dell’album nel cui titolo è citato. Ma più che altro è sulla sua pelle che ricade l’attenzione e infatti, mentre la primavera subentra alla stagione gelida, un album dalle atmosfere invernali si impadronisce delle scene, a ricordare che si cambia come cambiano le stagioni, come cambia la pelle dei rettili, anche se spesso è difficile abbandonare gli inverni della vita, anche solo per scaldarsi le mani sui ricordi (“Life changes like a reptile skin/The old shell like a photogracph/of an instant, another chapter left behind/Though sometimes i long for/These moments of the past/And become a hunter of memories from long ago/Like somebody who’s seen too many winters/Like somebody who’s afraid of the cold/Warming my hands on memories”).
È Reptile Skin, ultimo lavoro di Daniel Del Valle e gli Sleepwalker’s Station, uscito il 14 marzo e del quale è prevista in Italia la presentazione al Moog di Ravenna il 27 marzo 2014.
Un album che parla di cambiamenti, di ricordi, di libri, del ritrovare sé stessi. Un album sincero, poetico, scritto da chi è continuamente in viaggio e fa viaggiare con la mente chi ascolta, in cui le esperienze si riversano e i momenti si rivivono. Un album che irradia calore, a dispetto dell’atmosfera che lo percorre e a dispetto del titolo riferito all’animale a sangue freddo per antonomasia.

Gli Sleepwalker’s Station, sono una band indie-folk  nata nel 1998 a Monaco di Baviera, che definisce sé stessa “con radici dylaniane, la filosofia di Nick Drake e i sogni di Mr. Jones dei Counting Crows”, che vive di viaggi e si lascia contaminare da culture ed esperienze,  riflettendole poi sulla propria produzione.  Hanno suonato in molti stati d’Europa (Belgio, Islanda, Paesi Bassi, Spagna, ecc.) e non solo (passano anche per il Nirvana nel nord-ovest dell’Australia e il Tranzac Club di Toronto, in Canada). La band ha spesso subìto mutamenti di formazione, proprio a causa del continuo viaggiare, cambiando anche stile: dal post-grunge all’indie folk, amalgamando il tutto ad atmosfere etniche. In Italia hanno collaborato con “Fresco” Cellini (che ha inciso anche con Benvegnù al tempo degli Scisma e con i primi Afterhours) e con Christian Ravaglioli (che ha inciso anche con Jovanotti in Safari) e sempre nel Bel Paese hanno inciso tre album.

L’album ha somiglianze con sonorità diverse, che si collocano tra Eddie Vedder di Into The Wild,  Bob Dylan, e King’s of Convenience (soprattutto nel pezzo “Berlin”). Le liriche colpiscono molto per eleganza e delicatezza.
Si apre con Reptile Skin, brano di presentazione, arpeggiato, introspettivo, che piano si apre e cresce, arricchendosi di batteria, chitarre e armonica, a creare l’ambiente indie folk.
Si prosegue con Berlin, dall’atmosfera country e allo stesso tempo gitana, in cui una doppia voce accompagna la voce principale per quasi tutto il brano a far nascere armonie che inebriano di quiete e sogno, complice anche il violino.
The Good Book è uno dei pezzi più raffinati dell’album, a partire dalla liriche, immerse in un arrangiamento incalzante ma dolce, in cui il piano crea un tappeto dalle trame delicate e l’intervento sporadico del violino unito all’arpeggio di chitarra contribuisce alla magia.
Where The Dogs Sleep è il pezzo più intimo e autobiografico, inciso in casa e unito all’album pochi giorni prima del mixaggio. Si apre con un’armonica che crea subito l’ambiente introspettivo e di racconto. La chitarra accompagna, l’armonica si intromette tra le strofe e un piano che all’inizio è accennato si fa sempre più presente, unendosi al racconto. Alla fine una coralità di strumenti e la voce doppiata si uniscono a raccontare il finale.
Roaming Blues è il pezzo che ricorda molto il Nick Drake di Things Behind the Sun, almeno alla partenza. E’ un gioco entusiasmante di chitarre che si intrecciano.
In Ulysses domina uno straordinario piano che introduce il pezzo e la voce, mentre il violino accennato in alcuni punti aggiunge il senso di meraviglia.
Discovery of Slow Motion è un pezzo re-inciso, che faceva già parte del precedente album About The Tides. Al contrario degli altri pezzi, non c’è uno strumento protagonista, è piuttosto una coralità .
Time apre con un riff di chitarra che si ripete, a cui si aggiunge una chitarra elettrica, per poi sfociare in un’apertura che comprende il piano che abbellisce e dà morbidezza, insieme alla batteria. Torna sul riff, ma sempre più arricchito.
Nothing seems to be going my way è uno dei pezzi migliori dell’album. Spazzole e basso più presente (oltre che notevole), forgiano un’ambientazione blues.
Con Off the ground si approda nel puro grunge, brano che si discosta totalmente dal resto, molto duro, graffiato, puro rock.
Si conclude con Life in a tree, canzone più solare, con le maggiori influenze etniche, che suona quasi da filastrocca, a tratti jazzata, anche per la presenza della tromba.

Questi sono gli Sleepwalker’s Station: viaggio, contaminazione, esperienza vissuta e raccontata, calore.

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