SLEEPWALKER’S STATION, intervista in esclusiva …a cura di Viviana Tasco.

 

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SLEEPWALKER’S STATION: IL VIAGGIO, IL CALORE, LA MUSICA COME LINGUAGGIO UNIVERSALE.
Daniel del Valle degli Sleepwalker’s Station, gruppo indie-folk tedesco, rilascia in esclusiva al RID un’intervista, in vista dell’uscita, prevista il 14 marzo, del nuovo album Reptile Skin, la cui presentazione si svolgerà in Italia a Ravenna il 27 marzo al Moog.

Gli Sleepwalker’s Station sono un gruppo indie-folk tedesco che si definisce “con radici dylaniane, la filosofia di Nick Drake e i sogni di Mr. Jones dei Counting Crows”. Nascono nel ‘98 a Monaco di Baviera e proseguono la carriera cambiando formazioni e stili. Passano dal post-grunge all’indie folk, amalgamando il tutto ad atmosfere etniche e maturando la propria esperienza live suonando in molti stati d’Europa (Belgio, Islanda, Paesi Bassi, Spagna, ecc.) e non solo (passano anche per il Nirvana nel nord-ovest dell’Australia e il Tranzac Club di Toronto, in Canada). Il viaggio li ha portati anche a collaborare con molti artisti, tra cui gli italiani Francesco “Fresco” Cellini (che ha inciso anche con Benvegnù al tempo degli Scisma e con i primi Afterhours) e con Christian Ravaglioli (che ha inciso anche con Jovanotti in Safari) e ad incidere in Italia tre dei loro album.
Il prossimo album si chiamerà Reptile Skin, uscirà il 14 marzo e prevede un tour di già 66 date, alle quali se ne aggiungeranno altre. Sarà presentato in Italia, a Ravenna, a fine marzo al Moog.
Daniel, leader della band, ce lo racconta e ci racconta anche la storia del gruppo, degli album e del suo modo di vedere la musica.

L’intervista si svolge su Skype, dato che Daniel è in Germania.
Dopo varie difficoltà tecniche, dovute alla scarsa dimestichezza con la tecnologia da parte della sottoscritta, finalmente riesco a parlare con Daniel.

Mi riceve con un sorriso amichevole e accogliente e un caloroso “Ciao!”, mi scuso per il disagio tecnico, gli prometto che ho finito di combinare casini (cosa poi non vera, dato che durante la chiamata abbiamo abbastanza faticato acusticamente), sorride e finalmente possiamo iniziare.

 

Eccoci! innanzitutto sono curiosissima di sapere se questa è la tua prima intervista in Italia, se hai avuto modo di essere intervistato già da webzine o radio qui

Ci è stata fatta una radio intervista ma…  boh, 6 anni fa circa da una radio internet  di Bergamo mi sembra o da quelle parti lì comunque. E’ stato un bel po’ di tempo fa.

Sono “quasi” la prima quindi

[ride, n.d.r] Per l’Italia sì.

Questa è la seconda intervista che rilasci in una giornata, stamattina sei stato intervistato da una radio di Berlino, poi stai continuando a registrare i tuoi pezzi… è stata una giornata pienissima e abbiamo trovato comunque il tempo e il modo per fare questa intervista, prima che tu parta per il tour in Svizzera e ti ringraziamo

Sì, stamattina non era a Berlino ma qui nel sud vicino Monaco, anzi tra Monaco e Salisburgo.

Iniziamo con una domanda di rito: come nascono gli Sleepwalker’s Station, chi sono?

Allora, sono nati nel… millenovecentonov… [ci pensa su, n.d.r]

…novantotto, ti suggerisco io

[ride, n.d.r] Esattamente! Sai già parte della storia! E’ nato proprio… beh, molto vicino a dove ho avuto l’intervista stamattina! E quindi è iniziato come un gruppo di quelli che, beh… a scuola, ci si trova con gli amici e dopo scuola uno fa: “io suono la batteria” e gli altri “oh forte! Suoni la batteria!”. Insomma, è nato come nascono più o meno tutti  i gruppi. Penso che almeno il 99% dei gruppi che nascono, nascano in questa maniera. E  gli Sleepwalker’s Station nascono proprio dall’affine di un altro gruppo che si era creato in questa maniera e da lì poi ci siam trovati il batterista e io e ci siamo detti: “e adesso cosa facciamo?… Facciamo che si va avanti però facciamo un altro genere”. Perché prima ovviamente tutti metal…  si inizia sempre o col metal o con l’hip hop mi sembra, no? E noi abbiamo detto: “no no, andiamo più in direzione rock, rock acustico. Che poi era la fine degli anni grunge  del ’94-’96 lì,  c’erano ancora i Pearl Jam che andavano in giro a fare degli unplugged. E da lì si partiva.

Difatti il vostro primo album ha l’impronta Pearl Jam, è molto post-grunge, ma con l’originale trovata di aggiungere dei piccoli accenti etnici. E’ una cosa molto particolare e sinceramente a me è anche molto piaciuta.

E proprio a proposito dei generi musicali, voi avete cambiato diverse formazioni, c’è stato un motivo particolare? E soprattutto, questo cosa ha portato nello stile musicale  del gruppo?

Spesso, la ragione per questi cambiamenti di formazione, son stati cambiamenti geografici semplicemente. Ad esempio, io mi ero trasferito a Ravenna per alcuni anni, dove poi ho trovato altri componenti del gruppo che poi hanno comportato anche cambiamenti di stile. Ogni componente nuovo aggiunge del suo. E’ stato così soprattutto col nostro percussionista ravennate che ha cambiato molto lo stile perché ovviamente le percussioni già ti cambiano tanto. Ma poi è un percussionista non come uno dovrebbe pensare, che provenga dal reggae o dalla musica latina, ma un percussionista con un cuore grunge, quindi siamo rimasti lì.. anche se sì, è cambiata la musica però poi… Non so. Il violoncello è sempre stato un punto fisso e anche se abbiamo cambiato violoncellista tre o quattro volte, ognuno  prendeva un po’ ciò che aveva suonato già il violoncellista precedente. E comunque anche i componenti rimangono…  alcuni componenti son rimasti proprio dall’inizio e quindi siamo  tipo delle generazioni di Sleepwalker ‘s che si susseguono [ride, n.d.r].

Ma a proposito di formazioni e collaborazioni invece, tu hai collaborato molto spesso con artisti italiani. Abbiamo parlato di violoncellisti, tu hai collaborato con Fresco Cellini (che ha collaborato anche con Benvegnù e Afterhours) o di percussionisti e c’è Christian Ravaglioli (che ha collaborato anche con Jovanotti). Come ci sei arrivato a loro? Come sei arrivato in Italia?

Beh, questo…  difatti… [ride, n.d.r]

non te lo ricordi…

A questa domanda ci devo pensare un attimo [sorride, n.d.r]…  le collaborazioni mi son sempre piaciute perché la musica vive tanto di quello anche. La musica è un linguaggio universale e i musicisti comunicano attraverso questo linguaggio e quindi è bellissimo suonare con altre persone che ti danno…  è la chimica o… non so, c’è questa sintonia che cresce solamente suonando strumenti e ci si capisce anche senza parlare o senza un linguaggio convenzionale. Poi io, quando sono andato a vivere a Ravenna, avevo un’amica (che suona ancora nel gruppo e che è la slide chitarrista cantante) e io le dissi (questo 7 anni fa, quando abbiamo inciso About the Tides):  “ascolta, i miei componenti tedeschi qua, teutonici, purtroppo per l’album che ho in mente non hanno tempo, non hanno voglia o motivazione” e lei mi fa: “beh, vieni qua a Ravenna che io te li trovo i musicisti! Cosa ti serve?” ed io faccio: “Sarebbe bello avere un violoncellista, un percussionista, un batterista… e così via”, mi fa: “ok, io te li trovo”. Poi un mese dopo mi richiama e mi fa: “Daniel se vuoi qua siamo pronti, ho dato i tuoi demo ai ragazzi” e poi… son rimasto…

…E poi è finita che hai inciso due album a Ravenna

Esattamente [ride, n.d.r]! Anzi, tre ne abbiamo incisi! About the Tides, Not from here … e anche Windmills! Tre album!

Hai collaborato anche con il teatro in Italia, con Parmiani

Si! Questa è stata una storia anche molto divertente, perché… beh poi con questa formazione (che in verità non era una formazione nata come nascono di solito i gruppi. Questa era nata da questa mia amica che mi aveva trovato questi musicisti e poi quando mi son trasferito a Ravenna gli ho detto: “se avete voglia facciamo la continuazione degli Sleepwalker’s Station” e hanno accettato), suonando in giro per l’Emilia Romagna, dopo un concerto che mi sembra fosse stato a Bologna o Faenza, venne questo signore a chiederci se poteva utilizzare il nostro nome però in italiano, quindi “La Stazione dei Sonnambuli” e ho detto: “si ma… utilizzarlo per cosa?” e fa: “perché sono un autore teatrale e vorrei scrivere un pezzo teatrale partendo da questo titolo, da Stazione dei Sonnambuli”. E a noi ha fatto piacere… (che uno venga a scrivere un pezzo teatrale partendo solamente dal nome tradotto del nostro gruppo, beh… ) e quindi gli abbiam detto che non c’era problema. Qualche settimana dopo mi arriva la chiamata in cui mi chiedeva se potevamo anche realizzare la colonna sonora per questo pezzo teatrale. Poi ha pensato a come fare, se farci suonare di lato in un angolo, cose così… e poi invece ha deciso di farci partecipare e inserirci nel pezzo teatrale, nella parte di musicisti di strada. Quindi eravamo sul palco con gli attori e suonavamo. Ed è stata un’esperienza molto bella, perché poi suonare in un teatro è stupendo, l’atmosfera che c’è…

Ascolti musica italiana?

Ho ascoltato molto Fabrizio De Andrè. L’ho scoperto nel 2000, quando era già morto. Però ha avuto il suo impatto su di me, ma secondo me anche sulla musica e… si poi ovviamente col tempo, vivendo sette anni in Italia comunque si ascolta anche musica italiana, dagli Afterhours ai Verdena, i Marlene Kuntz. Battiato ovviamente, classico. Lui lo conoscevo da piccolo perché lo ascoltava mia madre, quindi Battiato è sempre stato lì. Poi alcuni pezzi dei Nomadi.

Quindi anche loro fanno parte delle tue influenze musicali

Si, decisamente.

E dal di fuori come vedi la musica italiana? Secondo te è cambiato qualcosa dal periodo in cui la ascoltavi nel periodo in cui eri qui? I tempi sono un po’ più maturi? Ci sono differenze col centro Europa, in cui vivi maggiormente? Che posto occupa oggi il rock in questi luoghi? E’ morto, come si dice?

Ciò che si vede un po’, a Berlino per esempio, è che non è il rock come genere che sta sparendo, ma che sta cambiando sempre di più e in direzione acustica. Ma è dovuto anche ai posti in cui suoni, perché in tanti posti, non so… E’ anche la tolleranza dei vicini. Nelle città ormai fai fatica a suonare in posti in cui magari prima per esempio facevano musica con batterie, basso, tastiere, eccetera… musica molto rock. Adesso invece alle 23.00 già deve esserci silenzio o comunque devi abbassare i volumi e gli artisti ovviamente dicono: “se suono rock forte e non mi fanno suonare… allora vado in acustico e suono in formazione ridotta!”. Questo lo vedo soprattutto qua. A Berlino maggiormente. L’altro ieri per esempio abbiamo suonato a Berlino in un posto che negli anni ’80 era un club punk, non suonavano altro e si vede anche, ha proprio l’atmosfera punk. Adesso ci fanno i concerti acustici, mettono le candeline ovunque, mettono le luci… arancioni, rosse, molto calde. E’ cambiato come sono cambiati i club. Poi il rock, no, non muore mai. Adesso lo chiamano post-rock, tipo i Sigur Rós. Ma anche I Giardini di Mirò, ad esempio, rimangono, non moriranno mai… cambierà un po’, però no.

Mi riferisco un attimo al fatto di cui hai parlato, dei locali che prediligono l’acustico. Secondo te questo non succede perché magari, cosa che si evince anche dalla crisi nella vendita dei dischi, la gente prediliga un live al disco materiale  e questo è l’unico modo che i locali hanno di offrirlo? Può essere questo un ulteriore motivo per cui un locale decida di offrire un live ma in maniera più silenziosa, più ristretta?

Anche questo, si. Lo noto in tutti i paesi, anche quando suono in Islanda o in Spagna. Vedo che c’è come una tendenza a tornare alle cose fatte a mano, un po’ più tradizionali. Sembra come un movimento che va in contro alla globalizzazione… o fa parte anche della globalizzazione. Tutto diventa più globale, più simile. Però allo stesso momento la gente cerca di tornare un po’ alle cose intime, semplici, molto diverso dagli anni ‘80 dove era splendore, glamour . Tutto doveva avere il meno umano possibile… i sintetizzatori. Adesso stiamo vivendo dei tempi in cui la gente dice: “mah si, forse abbiam bisogno di qualcosa di più semplice, non delle luci, di tutto il casino…”

Tornando a parlare del tuo lavoro, quattro album ad oggi?

In verità sarebbero sei, però il primo, non lo so… ci sarà una copia qua da qualche parte [indica la stanza, n.d.r]… nell’armadio [ride, n.d.r]. Poi un album è una raccolta di brani solo acustici [ride, n.d.r] difatti [riferendosi alla risposta precedente, n.d.r]. Era stata una richiesta della casa discografica che si dedica a quello.

A proposito di questi album e della vostra storia volevo chiederti: come si è evoluta nel corso degli album la vostra storia musicale, lo stile. Siete partiti post-grunge poi si sono aggiunte delle incursioni etniche, passando ad essere più dylaniani e arrivando a fare pezzi molto acustici, folk e soffusi. Raccontaci di questa evoluzione.

Oddio… non è facile questa [ride, n.d.r]. Penso che anche questo un po’ sia dovuto al fatto che nei concerti che facciamo, che stanno aumentando (siam passati da 72 concerti nel 2012 a 104 nel 2013 e adesso fino a giugno siamo già a 66 date) .. un po’ il problema è che non suoniamo sempre tutti e spesso suono da solo e magari in duo, e ciò comporta che anche i pezzi diventino più ridotti, semplici, più acustici, perché rispecchiano quello che sto facendo dal vivo. Difatti pezzi come The Alchemist su Not from Here, sono diventati impossibili o quasi impossibili da eseguire dal vivo.

Parliamo dell’ultimo album che uscirà intorno alla metà di marzo. Come è nato, di cosa parla?

Come album sta seguendo la tradizione dei pezzi che parlano tanto del viaggio. I nostri sono pezzi  anche molto legati alla letteratura. C’è Ulisse, c’è Discovery of Slow Motion, che parla di un capitano inglese che cercò un passaggio attraverso il polo nord e che è rimasto bloccato nel ghiaccio tre volte e beh… insomma alla fine in mezzo al ghiaccio ha trovato se stesso in un certo senso. E così anche Ulisse. Quindi da una parte c’è l’aspetto del viaggio, che riprende pezzi del passato come Indian Ocean, che parlava del viaggio nell’oceano indiano (poi fa ridere che sta uscendo questo film di Robert Redford, All is Lost che è proprio un po’ quella storia lì). E’ l’essere umano.

Poi per quanto quell’album possa sembrare omogeneo, è stato creato piuttosto in pezzi: una parte è stata incisa a Barcellona, mentre un’altra parte nello studio dei Sigur Rós e poi una parte è proprio nata a casa [ride, n.d.r] (…cosa che non dovrei neanche dire, perché è proprio inciso in casa! Poi ho chiesto al fonico se era possibile farli sembrare pezzi omogenei da inserire nell’album e mi sembra ci sia riuscito e anche molto bene).

Io direi che i testi sono un gran punto di forza, sono semplici e intimi, di quella semplicità che arriva con calore. Tu diresti che è questo il punto di forza dell’album?

Si, secondo me proprio il calore. E ci abbiamo tenuto molto a renderlo il più caldo e intimo possibile. Anche nella registrazione, abbiamo scelto un fonico che lavora in un certo senso, come i fonici degli anni ’70 (quindi, sai… bobina… eccetera) e volevamo quello! Avevamo già collaborato con lui in About the tides, il primo album inciso a Ravenna. Per tanto tempo abbiamo pensato a come fare, dove farlo mixare e avevamo questa proposta anche, di farlo fare in Islanda dal fonico che, tra l’altro, ha fatto anche parti dei Sigur Rós . Però alla fine ho deciso che volevo esserci proprio fisicamente e mi sono detto che andare in Islanda ogni volta per mixare il pezzo, a parte le spese… sai. Poi mi è piaciuto il modo di pensare di questo nostro fonico di Ravenna e abbiamo deciso di mixarlo con lui e alla fine mi sembra che sia venuto fuori un album caldo, come lo volevamo e in un certo senso è questo il punto più forte.

Ma proprio a proposito dell’esserci fisicamente nella creazione del disco, reduce dalle molteplici date del tour (72 solo nel 2012 e 104 nel 2013), come è avvenuta la registrazione, la creazione, divisa inoltre tra Barcellona e Islanda?

A parte il fatto che siamo partiti per Barcellona a Pasqua del 2011, quindi sono già 2 anni che ci stiamo lavorando e difatti tra tutte queste date, lo studio e così via è stato difficile inserire anche il tempo per mixare l’album. L’incisione è stata abbastanza semplice perché gran parte è stata fatta in dieci giorni a Barcellona: eravamo lì tutti quanti e abbiamo inciso i pezzi. Quindi più di metà dell’album che è stato inciso lì. E’ stato un momento molto particolare perché ci avevano dato una casa con la piscina, se bisognava andare allo studio potevamo andarci a piedi, attraversando un parco nazionale e lo studio era in mezzo a questo e secondo me quest’atmosfera si sente anche in mezzo a questi pezzi qua, gli è stata trasmessa. Poi la difficoltà è stata proprio decidere dove mixarlo. Abbiamo provato diverse cose prima di tornare a questo fonico qua. Avevo anche un fonico a Monaco, gli avevo dato un pezzo da mixare però poi abbiamo deciso di tornare al fonico ormai storico direi, per noi, ecco.

C’è tra queste canzoni, una a cui sei particolarmente legato o una che preferisci, a cui è legato un qualche aneddoto o evento?

Ahia… [sorride imbarazzato, china la testa, n.d.r]. Questi qua sono… Questo album qua è… è talmente  pieno di… [ride, n.d.r] pieno di ricordi, pieno di situazioni… C’è questo pezzo che è Where the dogs sleep, che è l’ultimo pezzo dell’album e che è un pezzo aggiunto all’album, che non doveva neanche farne parte ed è proprio nato mi sa… due settimane prima del mixaggio dell’album… ed è stato un momento particolare… poi [continua ad essere imbarazzato e sorridere, n.d.r]… non saprei come spiegarlo… [silenzio di riflessione, n.d.r] Quello lì è molto… molto intimo e…

[Cerco di smorzare l’imbarazzo, n.d.r] Insomma, diciamo che è quello a cui sei più legato

[Ride, n.d.r]… Per quel momento lì in cui si è creato, si. E’ stato un momento molto intenso… Perchè suonavo tanto in strada a Copenaghen, dove ho un casino di amici che sono artisti di strada però, e lì ogni tanto mi chiamano e mi fanno: “vieni su a Copenaghen che devi suonare in strada” e io non sono un artista di strada, però lì faccio un’eccezione perché è bellissimo, la gente apprezza molto l’arte in strada e purtroppo non lo fa ovunque, almeno in Europa e… vabbè, avevo conosciuto una ragazza invece a Malmö che è in Svezia, però è separata solo da un ponte e quindi… insomma, è stato quel periodo lì.

The discovery of slow motion, il pezzo che parla del capitano inglese, anche a quello sono molto legato perché è un pezzo che in verità abbiamo re-inciso. Lo avevamo inciso nel primo album a Ravenna, About the tides, però non lo abbiamo inciso come doveva essere e suonando questo pezzo dal vivo con le diverse formazioni, abbiamo scoperto che lo avevamo inciso in maniera sbagliata, non doveva essere così. E’ uno dei pezzi che suoniamo di più dal vivo e quindi re-inciderlo in studio per noi era un’emozione, era l’unico che tutte le “generazioni di Sleepwalker” [fa riferimento al discorso sulla formazione degli Sleepwalker’s Station, n.d.r], conoscevano e quindi non è un pezzo nuovo, faceva già parte di tutti noi.

E come mai era inciso in maniera sbagliata? Cosa non andava?

[Ride, n.d.r] no, anche questa, che storia… In studio avevamo un batterista del liscio romagnolo che suonava solo spazzole! Che andava benissimo, infatti ci stava da dio su quell’album, che è  acustico (era il nostro primo album completamente acustico) e ci stava perfettamente. Solo che quando suonavo il pezzo col mio vecchio batterista tedesco, c’era uno stacco che io avevo in testa e doveva esserci per forza e purtroppo, quando l’ho detto al batterista romagnolo del liscio (che era favoloso, aveva 70 anni! E lo avevano riattivato per questo album… come d’altra parte anche quasi tutti gli altri musicisti, anche Fresco Cellini era da 5 anni che aveva deciso di non suonare più in vita sua e… Giulia poi gli ha dato le demo. Anche il percussionista, la stessa roba e loro hanno detto “ma si dai, facciamo questo album”. Ed era un album particolare anche per questo, perché c’erano queste persone che avevano lasciato la musica e l’avevano ritrovata incidendo l’album di uno che non  conoscevano neanche), insomma  il nostro batterista  settantenne, dopo che gli ho detto di questo stacco, andò in crisi e allora ha detto: “questo pezzo io non lo incido” e abbiam cercato di convincerlo, di far di tutto però  non c’era modo di convincerlo a farglielo fare. Abbiamo inciso tutti gli altri pezzi senza pensarci e son venuti bene. Poi non avevamo la batteria e il fonico mi diceva “Questo bisogna farlo con la chitarra elettrica” e ho detto “ma si dai, proviamo” e quindi è venuto fuori un pezzo inciso con una chitarra elettrica, che doveva essere però un pezzo inciso in acustico e in più… con una batteria elettronica. Però già i tempi erano ristretti e abbiamo detto “massì dai facciamo un pezzo un po’ più pop”. Ed è venuto fuori un pezzo pop. Però con gli anni ci siamo resi conto che non andava bene. Non era un pezzo pop.

Quando riusciremo a sentire Reptile Skin live in italia?

Abbiamo delle date a fine marzo, in cui faremo a Ravenna la presentazione dell’album il 27 marzo al Moog (che è un posto molto intimo e quindi dovrebbe essere il posto giusto) e poi ci sono altre due date a Rimini, non so esattamente dove. Il 30 di marzo invece a Cuneo, il 31 a Mondovì. Poi si è aggiunta una data a Milano alla fiera del vinile il 9 febbraio.

E poi speriamo di riuscire a fare un tour come si deve, più avanti.

Vuoi aggiungere qualcosa… una frase ad effetto finale?

[ride, n.d.r] beh, mi ha fatto molto piacere, son state anche delle domande belle perché spesso con le interviste senti sempre le stesse domande, che però non vanno tanto in dettaglio, rimangono sempre sul generico e fa piacere quando si riesce anche parlare dei testi, dei pezzi, che è una parte molto importante.

 

Noi del RID ci teniamo a ricordare che le date del tour italiano per il 2014  saranno:

  •  9 febbraio, Milano, fiera del vinile
  • 27 marzo, Ravenna, Moog (presentazione Reptile Skin)
  • 30 marzo, Cuneo, Altro Spazio
  • 31 marzo, Mondovì, La Meridiana del Tempo

 

A queste se ne aggiungeranno altre ancora da stabilire. Per tutte le date si può fare riferimento a questo link: http://www.bandsintown.com/Sleepwalker%27sStation

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